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“DUE STRANE PARTITE A SCACCHI”

di Paride Masacci


Era una bella domenica di primavera del 1971. Mi trovavo nel bar-circolo presso l'istituto canonico Lugaresi, intento a guardare mio padre che giocava a carte con alcuni frequentatori abituali del circolo. Di solito, il sabato e la domenica pomeriggio, si recava spesso in quel luogo a giocare a carte, e talvolta mi portava con sé.
Quando ciò capitava, nella maggior parte dei casi trovavo nel cortile dell'istituto altri ragazzini più o meno della mia età con cui giocare (io avevo allora undici anni). Altrimenti mi recavo nel vicino campo di bocce ad osservare gli appassionati bocciofili oppure, come quel giorno, rimanevo all'interno del circolo seduto vicino a mio padre e osservavo attentamente come si svolgeva la partita a carte.
D'un tratto mi si avvicinò un ragazzino che non conoscevo, un po' più grande di me, che mi chiese se ero disposto a giocare una partita a scacchi con lui. Accettai volentieri l'offerta. L'idea di trascorrere l'intero pomeriggio ad osservare uomini attempati che giocavano a carte non mi entusiasmava, anche se in genere non mi annoiavo.
In quel periodo le mie conoscenze relative agli scacchi erano piuttosto rudimentali. Curiosamente, era stato proprio in quel circolo, e per di più sulla stessa scacchiera dove ora mi apprestavo a giocare, che, non molto tempo prima, due ragazzi di circa vent'anni mi avevano insegnato il movimento dei pezzi. Poi avevo giocato qualche partita con i miei vicini di casa, ma il livello di gioco era tale da destare sconforto. Oltre a lasciare abitualmente i pezzi in presa e non riuscire a sventare neppure le minacce più elementari, non c'era accordo neanche sulle regole. Per esempio: si potevano muovere contemporaneamente due pedoni di un solo passo alla prima mossa? Oppure: il Re poteva essere mangiato? La partita, oltre che con lo scacco matto, poteva anche essere vinta se si riusciva a mangiare il Re avversario? E come considerare lo stallo? E in che condizioni era legittimo arroccare?
La sfida Fischer-Spassky, che avrebbe arrecato un'immensa popolarità al gioco a tutti i livelli, era ancora di là da venire. Libri di scacchi non ne avevamo, e le scacchiere di cui disponevamo, oltre a non contenere i foglietti dove venivano illustrate le regole del gioco, erano prive delle lettere e dei numeri per contraddistinguere le colonne e le traverse.
La mia situazione, per la verità, era leggermente migliorata appena poche settimane prima di quel fatidico giorno di primavera. Un mio vicino di casa, che per far posto in una stanza si stava sbarazzando delle cose da lui ritenute inutili, mi aveva regalato, assieme ad altri libri, un volumetto dedicato ai giochi. Sapendo che mi piaceva leggere, prima di buttarli via, mi chiese se mi interessavano, e io li accettai tutti con gratitudine.
L'ultimo capitolo del libretto in questione era dedicato agli scacchi. Potei di conseguenza finalmente apprendere le autentiche regole del gioco senza incertezze e senza ambiguità di sorta, comprese la differenza fra lo stallo e lo scacco matto, le condizioni corrette per l'arrocco, il fatto che il Re, a differenza di tutti gli altri pezzi, non potesse essere mangiato, e venni a conoscenza della misteriosa presa en passant. Capii che un pedone promosso si poteva trasformare in qualsiasi pezzo si volesse, e non solo, come credevano alcuni, in uno di quelli che era stato mangiato.
Inoltre imparai, sia pure con lentezza, ad avere dimestichezza con la scaccografia, imparai a dare scacco matto con Re e Donna contro Re e con Re e Torre contro Re. Vidi anche il procedimento per dare scacco matto con i due Alfieri ma non credo che, qualora mi fosse capitato in una partita, sarei stato in grado di metterlo in atto. Compresi che i pezzi dovevano collaborare fra loro come in una squadra di calcio, e che non si poteva mandarne allo sbaraglio uno solo, ma fra il dire e il fare, come si suol dire, c'è di mezzo il mare. La mia grande curiosità, che il libro lasciava inappagata, era capire cosa fosse un gamberetto (perché io lo chiamavo proprio così. Nonostante la parola gambetto nel testo fosse scritta correttamente, io mi ostinavo, non so perché, a leggere gamberetto).
Ma, nonostante gli indubbi passi in avanti, continuavo a lasciare pezzi in presa, non vedevo i tatticismi più elementari, non avevo alcuna nozione di strategia. Quanto alla tecnica, poi, meglio rimanere in silenzio. D'altronde per me allora gli scacchi erano un gioco come un altro, che non aveva suscitato in me un interesse maggiore degli altri. Tale interesse si manifestò soltanto quattro anni più tardi, ma questa è un'altra storia. Né allora immaginavo quanta ricchezza potesse racchiudersi in essi e quanto fossero già numerosi i libri pubblicati sull'argomento. (A onor del vero, a quel tempo, in Italiano non erano poi molti, per cui l'esperto desideroso di progredire doveva procurarseli in Inglese o in altre lingue)
Ritornando a quel fatidico giorno, ci apprestammo a giocare la nostra prima partita. Mi toccò il Nero. E subito ci fu una sorpresa: il mio avversario giocò qualcosa di assolutamente inatteso. Mosse il pedone da g2 a g3 e immediatamente dopo, prima della mia risposta, spostò l'Alfiere da f1 a g2. Per qualche secondo rimasi come stordito.
Poi gli dissi con convinzione che le regole del gioco non consentivano in una sola mossa il movimento di due pezzi. (Il contesto del discorso rendeva naturalmente chiaro che non si prendeva in considerazione l'arrocco, unica eccezione alla regola, in quanto ineseguibile alla prima mossa).
Lui ribatté affermando che, alla prima mossa, erano possibili le seguenti opzioni. Si potevano muovere i pedoni di un passo o di due passi, si potevano muovere i Cavalli, ma si potevano muovere anche due pedoni di un solo passo oppure un pedone di un solo passo assieme a un pezzo, purché anche il pezzo si muovesse di un solo passo. Di quest'ultima opzione io non avevo mai sentito parlare, mentre mi era noto che molti ritenevano che, alla prima mossa, si potessero muovere due pedoni di un solo passo. Eppure di violazioni delle regole praticate usualmente ne conoscevo parecchie.
Cercai di spiegargli che le cose non stavano come lui credeva, ne ero più che sicuro. Le uniche prime mosse consentite erano le spinte di uno o due passi di un pedone e le quattro mosse di Cavallo. C'era, sì, un'opinione diffusa che sosteneva che, alla prima mossa, si potessero muovere due pedoni di un solo passo, ma si trattava di un'opinione erronea. Le regole non lo prevedevano. Figuriamoci poi muovere un pedone e un pezzo contemporaneamente.
Ma lui fu irremovibile. Era assolutamente convinto che la ragione fosse dalla sua parte. E si sarebbe rifiutato di giocare se io non avessi accettato le sue condizioni. Dal suo punto di vista erano possibili, come prime mosse, anche assurdità del tipo lo spostamento del pedone da a2 a a3 assieme a quello della Torre da a1 a a2 tanto per fare un esempio fra i molti possibili. La teoria delle aperture si arricchiva di circa una quarantina di nuove mosse iniziali. D'altronde io non avevo sottomano un calepino con le regole degli scacchi per dimostrargli che aveva torto. Così mi adattai.
Prima però di proseguire il gioco, volli accertarmi che non vi fossero altre variazioni da lui adottate rispetto alle regole corrette, giusto per evitare spiacevoli equivoci in seguito. Dopo un'attenta disamina conclusi che tutto era a posto e che non ci sarebbero state ulteriori sorprese. Ahimè, mi sbagliavo, ma potei rendermene conto solo con l'ultima mossa della partita.
La partita pertanto poté proseguire. Ben presto mi resi conto che, se io ero una schiappa, lui era una schiappa all'ennesima potenza. Il mio più grande vantaggio (per far comprendere il nostro livello di gioco) consisteva nel lasciare meno pezzi in presa. Un qualunque giocatore di club avrebbe definito raccapricciante quanto si stava svolgendo sotto i suoi occhi. Probabilmente ebbi anche l'occasione di dargli dei matti che non riuscii a vedere, ma arrivai comunque in una posizione in cui avevo la Donna e qualche pedone contro Re e qualche pedone. A quel punto, mi sentivo assolutamente sicuro del risultato. Gli mangiai tutti i pedoni e, siccome conoscevo bene come dare matto con Re e Donna contro Re solo, non mi preoccupai di farmi mangiare i miei pedoni residui.
Giunti a questo punto, scelsi quella che a me sembrava la strada più semplice per dare matto. Muovendo la sola Donna relegai il suo Re in un angolo, stando attento a evitare lo stallo. Alla fine di questa manovra di restringimento la mia Donna si trovava in d2 e lui penzolava con il Re fra a1 e b1. A questo punto portai il mio Re in b3 e poi giocai Donna in b2 scacco matto. Uno dei primi scacchi matti che si insegnano al dilettante.
Ma lui, con molta disinvoltura, mangiò la mia Donna in b2 col suo Re, nonostante fosse protetta dal mio Re in b3.
Gli dissi che non poteva eseguire una mossa del genere, appunto perché la mia Donna era protetta dal mio Re. Era scacco matto, e lui aveva perso.
Ma lui replicò tranquillamente che poteva mangiarmi la Donna, in quanto i due Re potevano stare a contatto l'uno con l'altro senza che si potessero mangiare a vicenda. Anche questo mi giungeva assolutamente nuovo e, soprattutto, assai sgradito.
Non ci fu verso di convincerlo che quella regola non esisteva. Dal suo punto di vista, avendomi mangiato la Donna, eravamo rimasti con Re contro Re, e quindi la partita era patta. Sembrava completamente sincero, non aveva l'aria di chi mi prendeva in giro. Contenni a stento la mia rabbia, e gli chiesi di fare un'altra partita, dove avrei giocato io col Bianco. Ero seriamente intenzionato a distruggerlo completamente. Se il suo livello di gioco fosse stato come quello della prima partita, non avrei avuto difficoltà.
Mi aspettavo che si rifiutasse di giocare; invece accettò. Io spostai il mio pedone da e2 in e4 (avevo imparato dal mio libretto che si trattava della mossa migliore) e lui replicò giocando prima il pedone in g6 e poi mettendo subito l'alfiere in g7 (naturalmente in una sola mossa. Una vera delizia per gli amanti della difesa moderna). La partita seguì più o meno la stessa falsariga della prima. Lui commise più sviste e presto si ritrovò con due o tre pezzi in meno. A un certo punto avrei potuto anche dargli scacco matto, ma io volevo vincere in maniera diversa, volevo umiliarlo. Avrei fatto come quei dilettanti che, pur avendo una Donna in più, promuovono diversi pedoni e danno matto con tre o quattro Donne contro il Re.
Intanto però il mio cervello si arrovellava attorno a una delicata questione. Giocando con le sue regole, non mi sembrava possibile, rimanendo con Re e Torre contro Re, riuscire a dare scacco matto. Potendo il Re in difesa entrare in contatto col Re avversario, aveva sempre a disposizione più di una casa di fuga. Ma Re e Donna contro Re solo erano in grado di riuscire nell'intento? Se, nella posizione finale della partita precedente e cioè il Nero con il Re in b3 e la Donna in d2, il Bianco con il Re in a1, io avessi giocato Dc1 (scacco matto con le regole normali), lui sarebbe tranquillamente andato in a2 con Re, a stretto contatto con il mio.
Dunque, giocando con le sue regole, neppure Re e Donna contro Re solo riuscivano a dare matto? Mi sembrava impossibile. Poi, quando la partita ormai stava volgendo al termine e io dovevo solo decidere come vincere, perché lui non poteva impedire la promozione di un mio pedone e, con gli altri pezzi rimastimi, non sarebbe stato difficile dargli scacco matto, trovai la soluzione. Fu una specie di illuminazione che mi dette una soddisfazione quasi sadica, e ritenni che quello fosse proprio il modo giusto per vincere quella partita, e avrei fatto in modo che accadesse nello stesso angolo dove lui mi aveva sparato quel trucchetto, mangiandomi la Donna così balordamente.
Fu per me facile rimanere di nuovo con Re e Donna contro Re, e usai lo stesso metodo usato in precedenza per trascinare il suo Re in a1 con la mia Donna posizionata in d2. Poi avvicinai il mio Re fino a b3 e, quando lui giocò il suo Re in b1, io mossi il mio Re in a2 e, dopo la forzata Re in a1, giocai Donna in c1 scacco matto. Il mio Re in a2, a stretto contatto con il suo, gli inibiva l'unica casa di fuga. Questa volta non ebbe nulla da eccepire. Né riusci a inventare nuove regole con cui sottrarsi alla sconfitta.
Fu così che, in quella bella domenica di primavera, vennero giocate due partite di scacchi fra due dilettanti di scarsissima forza, sicuramente scadentissime dal punto di visto tecnico, ma ugualmente memorabili sotto altri aspetti.
 

   

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